giovedì 27 dicembre 2012

PER UN ECONOMIA SOCIALE




Priorità all'economia equa e sostenibile
Per un'economia sociale: manifesto per un'Italia sostenibile 40 personalità della società civile italiana lanciano richieste precise a partiti e forze politiche in vista delle prossime elezioni. Tra i firmatari Aldo Bonomi, Roberto Burdese, Leonardo Becchetti, Walter Ganapini, Ugo Mattei, Edoardo Patriarca

Non un manifesto politico tradizionale. Non un programma di partito. E neppure una nuova lista elettorale. “Piuttosto una messa a fuoco chiara di una prospettiva di cambiamento - basata su esperienze e pratiche concrete - finalizzata a smuovere l’agenda politica e a trovare soluzioni sostenibili ai gravi problemi che attanagliano l’Italia”.
I firmatari del Manifesto “Per un'economia sociale”, chiedono che partiti e movimenti che si presenteranno alle prossime elezioni ne considerino i contenuti in vista della definizione dei propri programmi e della propria azione.

Tra coloro che lo hanno promosso un ampio spettro della società civile italiana: figure storiche della cooperazione sociale, dirigenti del commercio equo e solidale, promotori della finanza etica, fianco a fianco con riconosciuti esponenti dell’ambientalismo, del consumo critico, del volontariato d’ispirazione cristiana, delle organizzazioni non governative.
Al cuore del Manifesto la proposta di un’economia sociale incardinata nel territorio come orizzonte di riferimento per la lotta alla disoccupazione e all’esclusione sociale, ma anche per la transizione verso modelli di produzione ecologicamente sostenibili. Dunque riscoperta del mutualismo e della cooperazione, valorizzazione del capitale sociale, beni comuni, welfare territoriale, nuovo regionalismo europeo, nuove partnership tra enti pubblici, soggetti non profit e aziende socialmente responsabili in funzione della creazione di lavoro e della valorizzazione dell’ambiente.

Proposte concrete e percorribili, che tengono al centro lo sviluppo locale e il governo del territorio, ma che richiedono quadri normativi nazionali e leggi di stabilità finanziaria di segno ben diverso da quello corrente. Proposte che implicano un cambio di rotta politica, a cui possono utilmente concorrere le idee, le esperienze e le persone della società civile che in questi anni si sono concretamente impegnate nella costruzione di un paese sostenibile e solidale.

Il manifesto e la lista dei firmatario possono essere scaricati all'indirizzo http://peruneconomiasociale.wordpress.com/
 


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LA Banca della Terra


domenica 23 dicembre 2012

Regione Toscana - ecco la Banca della Terra

Certamente un'operazione lungimirante quella della Regione Toscana, che finalmente si preoccupa per il proprio Demanio e rende disponibili le risorse pubbliche ai cittadini, in particolare a chi vuol fare agricoltura.
Bisogna però tener presente anche l'interesse della Regione nel creare una metodologia "pulita" per vendere quelle parti del Demanio, terreni che non avrebbero bisogno di essere alienati a privati, ma solo affittati, con la proprietà che rimane pubblica e quindi dei cittadini.
In un periodo in cui la tendenza a privatizzare i Beni Comuni (Acqua, Servizi, Terra etc) è illegittimamente perpetrato a danno del patrimonio della Comunità dei cittadini, questa operazione ha dei risvolti nelle intenzioni non ancora del tutto chiari.
C'è da aggiungere che non è presentato nel Progetto nessun metodo agroecologico o vincolo per un'ecosostenibilità delle coltivazioni, ma solo un accenno a buone pratiche agricole e agricoltura meccanizzata.

Toscana/Consiglio: con 'Banca Terra' demanio a giovani agricoltori

18 Dicembre 2012 - 18:48

(ASCA) - Firenze, 18 dic - Offrire le terre del demanio regionale toscano ai giovani agricoltori. E' l'obiettivo con cui nascono l'ente 'Terre regionali Toscane' e la 'Banca della Terra'. Il via libera e' arrivato dal Consiglio regionale.

'Terre regionali toscane' sara' un ente pubblico non economico dipendente dalla Regione che permettera' di gestire in maniera piu' razionale ed efficace tutto il patrimonio fondiario della Regione Toscana (l'azienda agricola di Alberese, quella di Cesa), il rapporto con il Parco di San Rossore (Pisa) ma anche altre tenute (ad esempio quella di Suvignano, confiscata alla mafia, se sara' attribuita alla Regione). In questo contesto nascera' la 'Banca della Terra', che rappresenta il primo esempio in Europa di strumento pubblico volto a favorire l'accesso degli imprenditori privati, in particolare dei giovani agricoltori, ai terreni agricoli e forestali del demanio regionale. La banca della terra conterra' l'inventario completo di tutti i terreni e aziende agricole di proprieta' pubblica e privata disponibili per operazioni di affitto, concessione e compravendita.

''Sono orgoglioso - ha detto l'assessore all'agricoltura Gianni Salvadori - di questa legge, che e' stata approvata all'unanimita' dal Consiglio Regionale della Toscana e che rappresenta un contributo importante per raggiungere gli obiettivi di dare un'opportunita' di lavoro ai giovani e non solo, garantire il presidio del territorio anche di zone marginali, razionalizzare la gestione dei terreni di proprieta' pubblica e avere una migliore gestione del patrimonio agroforestale, fondamentale per la prevenzione del rischio idrogeologico. Con questa formulazione - ha continuato Salvadori - la legge e' la prima in Europa e ci consentira' di recuperare oltre 100 mila ettari di terreno che negli ultimi 28 anni erano stati abbandonati''.

Banca della Terra

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giovedì 20 dicembre 2012

mercoledì 12 dicembre 2012

FRUTTA A SCUOLA ?


Frutta a scuola "corrotta". 11 arresti al min. dell'agricoltura

Viaggi, ville e regali extra lusso in cambio di appalti dal destino pilotato. Nei guai anche Giuseppe Ambrosio, ex capo di Gabinetto dei ministri Luca Zaia e Giancarlo Galan. Lucravano sulla frutta nelle mense scolastiche e nelle campagne di informazione.




Funzionari ministeriali corrotti, scattano le manette. Stamane all'alba la polizia tributaria della guardia di finanza in ambito di una vasta operazione del Comando provinciale di Roma ha portato a compimento 11 arresti per reati contro la pubblica amministrazione. Game over per funzionari, dirigenti ed imprenditori che illecitamente avevano pilotato e danneggiato l'operato della pubblica amministrazione. Tra loro anche nomi illustri: custodia cautelare per Giuseppe Ambrosio, ex capo di Gabinetto dei ministri Luca Zaia e Giancarlo Galan. Ambrosio è l’attuale capo della segreteria del sottosegretario Franco Braga. Dal maggio scorso Ambrosio è anche direttore del Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura. Il reato ipotizzato dai magistrati è corruzione e turbativa d'asta. Un giro d'affari di circa 32 milioni: distribuiti in viaggi, regali lussuosi e denaro cash. Parzialmente recuperabili dai 22 milioni di beni sequestrati: 43 tra terreni e fabbricati, 10 tra autoveicoli e motocicli e numerosi conti correnti, depositi titoli e polizze assicurative. Tra essi ville con piscina, residenze romane e auto di lusso.Tra i bandi pilotati si citano “FOOD4U”, per la realizzazione di campagne di sensibilizzazione rivolte a scuole italiane ed europee sull’importanza di una consapevole alimentazione (3.780.000 euro) e “FRUTTA NELLE SCUOLE”, finalizzato ad aumentare il consumo di frutta e verdura da parte dei bambini e ad attuare iniziative che supportino più corrette abitudini alimentari (un giro d'affari di oltre 13 milioni di euro). Altri contributi pubblici sono invece serviti per finanziare iniziative quali “La Giornata Nazionale dell’Agricoltura” (154.800 euro) e “L’Asta Internazionale del Tartufo” (263.210), quest’ultima attraverso BUONITALIA S.p.a (società interamente partecipata dal MIPAAF). Insomma un bel gruzzolo di soldi pubblici. Sempre secondo l'accusa l'alto dirigente avrebbe ottenuto l’omessa vigilanza edilizia volta a favorire l'abusivismo nelle ville proprie in territori (Todi e Maratea) in cambio dellosblocco di alcuni contributi pubblici.
LE INDAGINI - In esecuzione di una ordinanza del Giudice per le indagini preliminari di Roma, dott.ssa Flavia Costantini, le indagini, condotte dal Nucleo di Polizia Tributaria della Capitale e coordinate dal Procuratore Aggiunto dott. Nello Rossi e dal Sostituto Procuratore dott. Stefano Fava del gruppo “reati contro l’economia” hanno ricostruito puntualmente i redditi ed il patrimonio dei due coniugi, dal 1993 al 2008, accertando una sproporzione di oltre 925.000 euro tra entrate e uscite. Le evidenze probatorie raccolte hanno portato il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma all’emissione di 11 ordinanze di custodia cautelare, delle quali 6 in carcere e 5 agli arresti domiciliari.


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AGROMAFIE E CAPORALATO


Agromafia e caporalato, il primo rapporto sull'Italia


La ricerca dell'Osservatorio Placido Rizzotto presentata dalla Flai Cgil, il sindacato del settore agroalimentare. L'illegalità è in continua espansione. 400mila persone vittime del caporalato. 27 clan nel business dell'agro- ed ecomafia
Agromafia e caporalato, il primo rapporto sull'Italia
Illegalità e caporalato nel settore agricolo sono in continua espansione. Da Nord a Sud. Agrumi, angurie, pomodori sono le principali colture “seguite” dalla criminalità organizzata, ma sono sempre più numerose le segnalazioni relative all'export di qualità (come nel caso del settore vitivinicolo), alla macellazione clandestina e agli appalti sospetti relativi ai servizi. Mentre la crisi ha aggravato ulteriormente le condizioni di migliaia di lavoratori impiegati nelle stagionalità di raccolta. È quanto si evince dal Primo rapporto su caporalato e agromafie presentato oggi a Roma dalla Flai Cgil (il sindacato del settore) e curato dall’Osservatorio Placido Rizzotto.

L'osservatorio ha promosso in questi mesi un'indagine sui territori, con l'obiettivo di fare una fotografia delle principali forme di illegalità e di sfruttamento nel settore agroalimentare. Attraverso testimonianze dirette e interviste agli operatori coinvolti, il rapporto ha voluto anche raccontare come il caporalato è cambiato in questi anni, diventando un ambito di interesse per la criminalità organizzata.

GUARDA LE MAPPE

La ricerca ha coinvolto 14 Regioni e 65 province con l'obiettivo di tracciare i flussi stagionali di manodopera e gli epicentri delle aree a rischio caporalato e sfruttamento lavorativo. Censiti oltre 80 epicentri di rischio, di cui 36 ad alto tasso di sfruttamento lavorativo, da nord a sud. Il caporalato è diffuso su tutto il territorio nazionale: oltre alle Regioni del Sud Italia (Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia), forte l'esplosione del fenomeno al Centro-Nord, in particolare: in Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Veneto e Lazio. Sempre di più il caporalato si associa ad altre forme di reato, come ad esempio gravi sofisticazioni alimentari, truffa e inganno per salari non pagati, contratti di lavoro inevasi, sottrazione e furto dei documenti, gestione della tratta interna e esterna dei flussi di manodopera, riduzione in schiavitù e forme di sfruttamento lesive persino dei più elementari diritti umani.

Il caporalato
Se è vero, come ci dicono i dati Istat, che in agricoltura il sommerso occupazione nel caso dei lavoratori dipendenti è pari al 43%, non è difficile immaginare che sia proprio questo l'enorme serbatoio di riferimento per i caporali. Un esercito di circa 400.000 persone in tutta Italia, di cui circa 100.000 (prevalentemente stranieri) costrette a subire forme di ricatto lavorativo e a vivere in condizioni fatiscenti. Il caporalato in agricoltura, dunque, ha costo per le casse dello Stato in termini di evasione contributiva non inferiore a 420 milioni di euro l'anno. Per non parlare della quota di reddito (circa -50% della retribuzione prevista dai contratti nazionali e provinciali di settore) sottratta dai caporali ai lavoratori, che mediamente percepiscono un salario giornaliero che si attesta tra i 25 euro e i 30 euro, per una media di 10-12 ore di lavoro. I caporali, però, impongono anche le proprie tasse giornaliere ai lavoratori: 5 euro per il trasporto, 3,5 euro per il panino e 1,5 euro per ogni bottiglia d'acqua consumata.

Nelle mappe elaborate si possono trovare nel dettaglio: gli epicentri di rischio dove sono stati riscontrati casi di lavoro indecente o gravemente sfruttato, i flussi interregionali e transnazionali dei lavoratori protagonisti della transumanza stagionale che coinvolge migliaia tra uomini e donne, le principali nazionalità impegnate nelle raccolte stagionali. All'interno del rapporto, inoltre, è possibile consultare il dettaglio delle schede per ogni singola regione coinvolta dall'indagine, con relativi dettagli sul numero di operatori, i reati più diffusi e le analisi delle condizioni di lavoro per ogni singolo distretto produttivo.

Le agromafie
L’Osservatorio ha preferito perseguire un campo di ricerca qualitativo, chiedendo agli operatori coinvolti (magistrati, giornalisti, lavoratori, sindacalisti, esponenti delle forze dell'ordine e della società civile) di incrociare dati, esperienze, buone e cattive pratiche. Dai contributi contenuti nel rapporto emerge una fotografia allarmante, in particolare sempre più forte sembra il rinnovato legame tra il crimine di stampo mafioso e un pezzo molto rilevante dell'economia del settore primario del nostro paese. Sono le agromafie, nonché l'illegalità diffusa in una vasta zona grigia, che in questi anni ha scaricato sui lavoratori i costi del malaffare.
Quanto alle principali attività illecite delle mafie in relazione al settore agroalimentare, sono: estorsioni, usura a danno degli imprenditori, furti, sofisticazioni alimentari, infiltrazione nella gestione dei consorzi per condizionare il mercato e falsare la concorrenza. La contraffazione alimentare è aumentata del 128% negli ultimi dieci anni, un giro d'affari di circa 60 miliardi quello legato al fenomeno dei prodotti definiti Italian sounding e alla speculazione dell'Italian branding. Sono 27 i clan che si occupano attivamente di business legati alle ecomafie, alle agromafie e al consumo del territorio dovuto all'abusivismo edilizio e sversamento illegale dei rifiuti. Un giro d’affari, quelle delle agromafie dunque, che secondo operatori istituzionali e della società civile si aggira tra i 12 e i 17 miliardi di euro l'anno, circa il 10% dei guadagni della criminalità mafiosa, così come quantificato dalla Commissione Antimafia.

Il rapporto affronta anche i dati delle aziende confiscate nel settore agricolo (8%). Dati che potrebbero ingannare, visto che i beni di maggiore valore sottratti alla criminalità sono proprio le aziende del settore agroalimentare. Dall'inizio del 2008 il numero dei beni aziendali confiscati alla criminalità è aumentato del 65%, un boom che testimonia la fragilità del nostro sistema economico. Ad oggi, solo il 4% di queste aziende riesce a emergere dall'illegalità e dare una risposta alla domanda di lavoro e sviluppo su territori fortemente condizionati dalla presenza mafiosa. Secondo le recenti stime dell'Ufficio Legalità della Cgil, sono circa 80.000 i lavoratori licenziati dopo un provvedimento di confisca definitiva. Dal rapporto, quindi, esce rafforzata l'idea della Cgil di promuovere una legge d'iniziativa popolare per tutelare i lavoratori delle aziende confiscate, nonché favorire un percorso di emersione alla legalità di queste aziende, per porle alla base di una strategia di rilancio di lavoro e sviluppo come antidoto a tutte le mafie.

Nel rapporto è possibile leggere contributi di:
Jean Renè Bilongo Flai Nazionale, Anna Canepa Magistrato, Direzione Nazionale Antimafia, Francesco Carchedi Sociologo, Giancarlo Caselli, Procuratore capo della Repubblica di Torino Donato Ceglie Magistrato, Procura di Napoli, Stefania Crogi segr. Gen. Flai Cgil, Massimiliano D'Alessio, ricercatore Fondazione Metes Maurizio De Lucia Magistrato, Direzione Nazionale Antimafia, Roberto Iovino Flai Nazionale, Alessandro Leogrande Giornalista e Scrittore, Vincenzo Liarda Flai Sicilia, Cinzia Massa Flai Campania, Dino Paternostro Cgil Corleone, Giuseppe Ruggiero giornalista e scrittore, Yvan Sagnet Flai Nazionale, Serena Sorrentino segr. Confederale Cgil, Giuseppe Vadalà Corpo Forestale dello Stato. 


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giovedì 6 dicembre 2012

TERRA BENE COMUNE


venerdì 30 novembre 2012

articolo Manifesto su Terre demaniali


Terre demaniali: Bologna cuore delle campagne nazionali per la loto tutela

Foto di Michele Pelosidi Elisa Castelli
Circa un anno fa veniva approvata la legge di stabilità 2012 (ex legge finanziaria), che norma e definisce, secondo l’art.7, la dismissione dei terreni agricoli demaniali. Quest’articolo, poi rivisto e modificato nell’art.66 del DDL 24 Gennaio 2012, n°1, pone le basi per la vendita di terreni demaniali, con lo scopo di coprire una parte del debito pubblico.
In sintesi l’applicazione di questo decreto è spendibile su tutto il territorio nazionale, laddove i terreni agricoli non siano “utilizzabili per altre finalità istituzionali”, art.66, 1. Rientrano in questa dicitura differenti beni paesaggistici e produttivi, quali le aree protette (per cui “l’agenzia del Demanio acquisisce preventivamente l’assenso alla vendita da parte degli enti gestori delle medesime aree” art.66,6), e le aree che, “su richiesta dei soggetti interessatic, possono essere vendute da comuni, province, regioni, essendo proprietà di queste ultime.
L’estensione di questi territori non è di facile censimento, anche in virtù di precedenti decreti legislativi che ne hanno modificato l’entità, ma secondo la Coldiretti si tratta al momento di circa 338 mila ettari di terreni agricoli coltivabili, per un valore di circa 6,2 miliardi di euro. Sono, inoltre, zone agricole demaniali anche i territori caratterizzati dagli usi civici. Il diritto d’uso civico è vincolato all’utilizzo collettivo e indiviso di un dato patrimonio ambientale, affonda le radici nella storia di produzione agricola e di allevamento locale dei comuni rurali e montani.

La proprietà e la gestione collettiva della terra rimane oggi un diritto virtuale, radicato nella memoria di territori specifici, che numerose realtà in Italia stanno cercando di rivitalizzare. Questi sono i territori che fra solo vent’anni potranno, sempre secondo l’art.66, 8, ricevere una differente destinazione d’uso rispetto quella agricola attuale. Parallelamente al censimento da parte delle amministrazioni locali delle aree vendibili per sottoporle ad asta o a bandi di cessione diretta, sono nati in tutto il territorio nazionale gruppi locali che si occupano della registrazione dei territori demaniali gravati da una storia di uso civico. Lo scopo è quello di avere una considerazione reale dell’estensione di questi terreni, di evitare speculazioni e poter controllare, o bloccare, le vendite.
Le risposte attivate da questo decreto sono molteplici e destinate ad aumentare, visto la cadenza annuale (sempre entro il 30 Giungo) dell’alienazione dei terreni. All’interno di questo dibattito, CampiAperti, associazione bolognese di produttori e consumatori nata da circa una decina d’anni che trova nei settimanali mercati autogestiti del biologico un mezzo di sensibilizzazione importante, ha incentivato riflessioni, sollevato dubbi e proposto alternative, cominciate anzitutto sul territorio di Bologna e confluite in campagne di diffusione con risonanza nazionale.
La campagna “Terra bene comune”, ad esempio, sostiene la necessità di gestione di questi territori, in quanto bene collettivo, da parte delle comunità che vi sono insediate e quindi l’inalienabilità, senza consenso della popolazione tutta, degli stessi. Attraverso il blocco delle vendite e la tutela del patrimonio collettivo si alimentano le potenzialità insite nel ripensamento delle finalità e delle modalità di sfruttamento e di gestione dei territori specifici sulla base delle esigenze delle popolazioni locali.
Con la richiesta di svincolare quelli dalla possibilità di speculazioni, “Terra bene comune” nasce in seno alla più ampia campagna nazionale “Genuino Clandestino”, volta alla difesa dei piccoli produttori agricoli locali e alla denuncia delle norme che li penalizzano, ad incentivare le politiche di filiera corta che garantiscano una relazione diretta tra i produttori e i consumatori, in una relazione vincolata reciprocamente dalla responsabilizzazione riguardo il mercato alimentare e il futuro della produzione agricola sostenibile italiana.
Una terza iniziativa sta nascendo in questi mesi sul territorio comunale, in relazione alle precedenti e si tratta del progetto “Accesso alla Terra”. Per quanto non si occupi esclusivamente della vendita delle terre demaniali, la fondazione con proprietà collettiva che si sta creando, in collaborazione con MAG6 (Mutua Auto Gestione) di Reggio Emilia, vuole connettere la necessità di rivitalizzare le terre agricole abbandonate e il desiderio dei “nuovi contadini” di poter praticare quest’attività. Proponendo di raccogliere i sostegni finanziari di chi desidera partecipare all’iniziativa per l’acquisto di fondi agricoli da ridistribuire agli aspiranti piccoli produttori, il progetto cerca di superare il gap esistente fra l’esistenza di una fascia di popolazione che desidera tornare alla produzione agricola e la difficoltà nel reperire i finanziamenti per poter intraprendere una tale attività.
La catena che lega produttore e consumatore, in questa maniera è vincolata dalla proprietà collettiva e da un “controllo partecipato” che garantisce le modalità di produzione. Contrapponendosi alla politica di privatizzazione dei beni comuni, che rischia di disancorare negativamente la popolazione dalla memoria locale, queste campagne attivano positivamente delle riflessioni a riguardo della relazione tra popolazione, territorio e produzione agricola, diritto alla terra e necessità di presa in carico da parte della popolazione dell’ambiente, della socialità e della responsabilità nella cura che non possono venire delegate. L’approvazione dell’art.66 ha riaperto un dibattito mai sopito sulla gestione di ciò che è pubblico, privato e collettivo, su aree fino ad oggi per lo più tralasciate dall’interesse generale, un dibattito a cui è necessario dare spazio poiché tratta della trasmissibilità del nostro patrimonio sociale e ambientale.

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